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  Riccardo Andreoli  
Intervista di Gennaro Di Bisceglie - MicroAvventure.it 

L’importanza del mare... Come si fa a parlarne? Si sente, si respira. È come chiedere a qualcuno: "mi dica, in poche semplici parole, qual è l’importanza del sangue che le scorre dentro? Del cuore che batte?"
R. Andreoli      

Riccardo AndreoliRiccardo Andreoli


  Novello Ulisse. Sì, l'impressione che ci dà Andreoli è proprio questa. E non per la considerazione che banalmente si può fare di lui e della sua vita legata al mare, quanto proprio per il ritratto che campeggia in apertura al suo sito Internet e che ora apre questo nostro articolo: la barba incolta, la pelle bruciata dal sale, e la caratteristica mezzaluna scura che gli solca la fronte, vanto e imbarazzo del pescatore subacqueo.
  Riccardo ha appena terminato il suo tour che lo ha portato su un po' tutti gli oceani equatoriali e subequatoriali del mondo. Una incredibile avventura che proprio alla fine gli ha regalato la soddisfazione più ambita: un record mondiale! Record di cui a parte ci racconta in modo personale e più particolare; qui infatti vogliamo solo conoscere "lui": il pescatore del Blu, lo sportivo, l'Ulisse perso tra i mari.

Il tour di Andreoli intorno al mondo


  - "Perso tra i mari"... Dopo l'incredibile viaggio che hai appena compiuto, credo proprio che questa definizione ti calzi a pennello! Ma dimmi, eri solo in questa impresa? La volevi da molto? Che mari hai visitato? ...Anche "di nuovi"?

  - In Venezuela per dieci giorni sono andato con mio cugino Michele, appassionato di pesca ma alla sua prima esperienza in Oceano. E con Checco, mio pard storico di tanti anni e di molte avventure oceaniche. A Tonga, per una quindicina di giorni, con un mio amico di Roma, Massimo Scalambretti, abilissimo subacqueo ed esperto conoscitore di mari tropicali.
Per il resto dei restanti cinque mesi e passa, assolutamente, meravigliosamente da solo.
Agganci qui e lì per avere appoggi locali, indispensabili per uscire in oceano con gente che conosce il posto e ha barche disponibili. Ma abbastanza rari. In Nuova Caledonia per esempio avevo un amico ricercatore dell’istituto di ricerca del Pacifico, direttore di un progetto internazionale sullo studio e protezione dei coralli. Ma che era sempre via per ricerche per cui mi sono praticamente arrangiato da solo. Altri li inventavo sul posto. Da conoscenza a conoscenza, da nuova amicizia ad altra amicizia.
Da molto? Sì, da svariati anni. Ma era rimasta sempre sullo sfondo. Poi ho raggiunto una cuspide decisionale. E sono partito.
Mari “nuovi”. Ci sono SEMPRE mari nuovi nel mondo. Bel pensiero, vero? Parliamo di nazioni. Sì, tante nuove, praticamente tutte tranne la Western Australia e l’Africa, in cui ero già stato. Mi illanguidisco sempre a ricordare i quattro mesi nel Pacifico del Sud, ricchissimo di incontri, umani, di squali e di pesci.

  - Ti aspettavi il pesce Vela? Lo hai potuto riconoscere subito o sulle prime ti era sembrato un Marlin?

Proprietà fotografica R. Andreoli  - Sì. Lo aspettavo. Ne avevo visti in acqua e ne avevo visti prendere dai pescatori alla lenza. Era un buon periodo, informazioni locali che avevo recuperato affermavano. Per cui ogni tuffo c’era la preparazione psicologica al Vela. Il ripasso mentale di tecniche di approccio, di piani di battaglia, di suggerimenti, tutto da conoscere così bene da mettere in pratica velocissimamente, senza nemmeno pensarci consciamente.
L’ho riconosciuto immediatamente. Ma non è difficile distinguere i Vela dai Marlin. La sagoma del corpo, nonostante il rostro, è leggermente diversa. Per accomodare in un solco dorsale, per la massima idrodinamicità del loro nuoto fulmineo (è uno dei pesci più veloci al mondo – velocità registrata con punte di oltre 50 nodi) quella gran pinna, hanno un ingrossamento del dorso che i marlin, più eleganti, non hanno. Se poi lo vedi con la pinna estesa non c’è nemmeno l’ombra di un dubbio.

  - E con i Marlin com'è andata? Ne hai incontrati?

  - Sì, pochi purtroppo. È in assoluto il pesce più maestoso dell’Oceano, ha una, vorrei dire regalità, che nemmeno i tonni giganti che ho visto possono insidiare. Anche se ci vanno vicino, intendiamoci.
Ho SERIAMENTE, dichiaratamente, tentato di catturare un marlin in tutto il mio viaggio e nonostante sei mesi di caccia non ci sono risuscito.
Dovrò tentare ancora. Dovrò DAVVERO tentare ancora.

  - Qual è, nel mondo, il pesce più comune, ovvero quello che incontri più frequentemente e dovunque? (ricciola, tonno, ma anche delfino... o anche squali di una determinata specie)

  - Ricciole mah, no, ce ne sono talmente tante specie. Come altrettanto per i carangidi. Specie a bizzeffe. I tonni certamente, sarebbero assai comuni, il tonno "pinne gialle" poi è cittadino di tutti gli oceani. Il problema è che non è affatto comune da VEDERE. Anche i delfini, come i tonni, non sono poi specie così comune da avvistare. Di pesci di barriera, che sarebbero i più semplici non è che se ne vedano molti nel blu. Forse, pensandoci bene, potrebbe essere un carangide il Rainbow runner, Elegatis bipinnulata. Oppure proprio il wahoo, anche se in WA non sono affatto comuni. Di squali altrettanto ce ne sono millanta specie che puoi incontrare.
Bella domanda…

Rainbow runner (Elegatis bipinnulata) - Immagine tratta da FishBase.org
"Rainbow runner" (Elegatis bipinnulata) - immagine tratta dall'archivio di Fishbase.org


  - Squali: ne hai incontrati in questo viaggio?

  - Oh MAMMA. A bizzeffe, a carrettate, a tonnellate! L’unico posto in cui NON ho visto squali è stato il Venezuela. E comunque li aspettavo ad ogni momento.
Del resto, bisogna partire da un presupposto ben preciso. Drammatico forse per qualcuno, ma ben ben preciso. Gli squali ci sono DAPPERTUTTO. È che nel Mediterraneo, raro fatto nel mondo, sono così pochi ne è difficile imbattersi in essi. Anche se io ho avuto incontri interessanti anche nel Mediterraneo. Sulle secche del Canale squali grigi per esempio.
Tuttavia, OGNI volta che esci in Oceano gli squali sono lì ad aspettarti. SEMPRE. Punto.
Il posto in assoluto più pieno che abbia mai visto è stata la Nuova Caledonia. BEN peggio dell’Australia. Ogni volta che si pescava si avevano sotto i piedi almeno sette o otto squali che ti seguivano da vicino e con cui litigare OGNI volta il pescato. Se poi partivano in frenesia, di colpo addosso al pesce ce n’erano quindici, venti, di più, difficilmente contabili. È IMPERATIVO da quelle parti fulminare il pesce, altrimenti gli squali se lo prendono.
Io ho sparato, e preso bene, (avrei storie da raccontare…) diversi tonni da quelle parti, anche belli, svariate decine di chili, e ne ho portato su uno solo, un neonato da sette o otto chili e solo perché, in questo singolo caso, io ero più forte del pesce e, subito dopo la prima fuga folle, sono riusciti a strapparlo dalla bocca degli squali e a tirarmelo in braccio con loro che mi mulinavano appena sotto le pinne. TUTTI gli altri se li sono sbranati loro, profondi, dove i tonni erano fuggiti, senza che riuscissi, forti come sono, a sollevarli prima dell’arrivo della muta.

  - Questo mi consente di passare a un argomento alquanto "delicato": che vuol dire "paura"?

Squalo balena - foto di R. Andreoli  - Permettimi una affermazione tranchante. Non paura. Mai paura. Se hai paura, nel blu non sogni nemmeno di pescare. Direi tuttavia tensione, assaporazione dell’ignoto. E soprattutto è una sensazione per fuori dall’acqua. Quando a Vanuatu mi preparavo ad immergermi ai piedi di un monolito che risaliva da diverse centinaia di metri di fondo, a miglia e miglia in aperto Oceano, in solitaria totale, con gli sguardi che non volevano farsi vedere preoccupati ma che lo erano di tutti i componenti della barca, bè allora una certa tensione c’era. Cosa ci sarebbe stato, lì sotto, ad attendermi? Ma, intendiamoci, soprattutto gioiosa: l’ignoto TOTALE. Bellissimo.
Poi, in acqua, si scioglie tutto. Anche se poi nell’immersione ti giri e ti specchi negli occhi degli inevitabili squali che sempre arrivano, sei in acqua, hai altre cose cui badare. La gestione dell’approccio, per esempio. Anche in questo caso si tratta principalmente di capire ciò che sta pensando, e proiettando verso di te, il pesce, e viceversa cosa comunicare e proiettare verso di loro. Insomma, gli squali non sono altro che pesci! Esattamente come tutti gli altri. Senza dimenticare di guardare dietro ad essi, che, mescolati a quei predatori, non ce ne siano altri ben più interessanti.

  - Eppure, il pescatore subacqueo il più delle volte è accompagnato dal "rassicurante" profilo, più o meno distinguibile, del fondale sottostante... Come fai a sopportare il buio che invece di solito avvolge le tue discese?

  - Ma scherziamo? Prima di tutto non è buio affatto. Io sono dentro ad una sfera blu. Poi il fondo è TERRIBILMENTE limitante. Finisce che guardi solo lì, ti concentri solo sui minuti particolari di quello che hai, più o meno lontano, sotto i piedi e ignori tutto il Mare circostante. Quanti pescatori sono stati sorpresi da un branco di pesci, lecce o ricciole che siano, che gli arriva quasi a fianco in superficie? Delfini - foto di R. Andreoli
Pescando nel blu sei aperto a tutto il Mare intorno a te. Il pesce può arrivare da sotto, dall’orizzonte davanti, dietro, di fianco a te. Perfino, talora, da sopra! E ti scopri a non concentrarti su nulla in particolare ma a tenere tutto in vista, guardandoti intorno e godendo di ogni sfumatura di colore. Che piano, o velocemente che sia, diventa una macchia scura sempre più grande e più vicina fino a che non riesci a riconoscere i particolari e lo identifichi, preda o squalo che sia. E i colori allora sono parte di quanto vai studiando. Trovo che sia il fondo, invece, ad essere scuro, a meno che tu non stia pescando davvero in poca acqua. O, raro, con acqua limpidissima!
Ormai sono talmente abituato alla pesca nel blu che quando ho il fondo sotto mi sembra strano. Che là ci sia SEMPRE qualcosa in vista mi distrae da matti. Intravvedere qualcosa di diverso dai raggi di luce che danzano nel blu, ti porta la preoccupazione che la tua “lunga” attrezzatura non arrivi fin là, con il rischio di arroccare e di perdere a profondità impossibili materiale del tutto insostituibile nella nazioni in cui per caso ti trovi. A me è successo!
In Oceano effettivamente può capitare di intravedere il fondale, come il margine di qualche secca, ma solo quando si sbaglia l’approccio e si viene spinti dalla corrente da qualche parte non voluta. O quando il pescatore che ti porta non conosce bene la zona. In genere assai raramente. La stragrande maggioranza delle volte hai sotto le pinne oltre cinquanta metri d’acqua. Talora, in qualche caso, anche migliaia.

  - Ma cosa cerchi nel "blu"? Pensi che ci sia, nel tuo intimo, qualcosa che ti spinga -o che ti abbia sempre spinto- a cercare questa dimensione? (silenzio, solitudine, ...)

  - Parole magiche. Silenzio, solitudine. Anni fa, quando andavo a pescare nel Mediterraneo. La primissima uscita al largo aveva un rito. La prima volta che superavo il limite di visibilità della costa, arrestavo il gommone, spegnevo il motore e mi fermavo in totale silenzio a contemplare il circolo dell’orizzonte. Totalmente vuoto tranne per il Mare. E ad ascoltare il rumore del vento, delle onde, del silenzio. Nessun rumore umano, solo il Mare.
Ma non è solo questo. C’è anche, forse soprattutto, la meraviglia dell’incontro con creature assolutamente straordinarie, che ben pochi uomini, ed è motivo di potente orgoglio, possono dire di aver incontrato, vivi!, nel loro ambiente naturale. In acqua, poi, che in qualche modo sempre ne arrotonda e fa splendere i connotati psicologici!

  - Cosa si pensa stando sospesi a mezz'acqua in pieno oceano?

  - Ai colori, a niente, a tutto. Sei in uno stato di coscienza sospesa, sei fuso con l’Oceano intorno, il corpo dimenticato, sei una mente che guarda il blu. Sei contemporaneamente concentrato su cosa l’ambiente circostante stia cercando di comunicare ai tuoi fallaci sensi di bestia ormai troppo terrestre, e rilassatissimo in una culla grande come il mondo. Il cacciatore esiste solo quando il pesce si manifesta, e anche allora, non esistono pianificazioni consce. E’ un po’, almeno nei primi momenti, come per uno schermidore, che pianifica in anticipo una serie di mosse e contromosse che deve mettere in atto velocissimamente, senza pensaci davvero, quando se ne presenta l’occasione.

 Che considerazioni stupende... Mi dispiacerebbe quasi interromperle; senonché io devo continuare ad aprire questo scrigno di esperienze che è il nostro "cacciatore del blu".

- Rispetto alla caccia di un dentice nostrano, o di una ricciola in caduta, che differenza o difficoltà trovi pescando nell'oceano?


Proprietà fotografica R. Andreoli  - Le difficoltà sono di natura diversa. Credo che fondamentale sia in entrambi i tipi di caccia l’approccio al pesce. Tuttavia…
Il dentice, vuoi dire all’aspetto, suppongo, è una pesca impegnativa soprattutto dal punto di vista fisico, viste le profondità cui si sono spesso rifugiati ai giorni nostri i branchi di dentici. È già interessante tuttavia la recitazione sul pesce, la proiezione di sensazioni non minacciose, la discesa già in vista del pesce, il nascondersi tutto o poco, l’attenzione mostrata alla preda magari altrove. Recitazione dal mio punto di vista però facilitata dal fatto che, a parte la discesa, che spesso si tenta proprio per questo di fare lontano dal branco, il pescatore è nascosto per gran parte del corpo, mostra idealmente solo la testina e il fucile. Ben più facile, rispetto all’Oceano.
La ricciola, o il grosso dentice in caduta, hanno un approccio francamente elementare. Si riduce quasi solo allo scendere osservando bene il pesce, cercando spesso di restare nella zona cieca, di non farsi vedere, e avere buona mira nel difficile tiro dall’alto. Ne ho prese tante in questo modo, lo so bene.
Diciamo che entrambi, per un verso o per l’altro, sono approcci propedeutici.
Nell’Oceano invece spesso scendi nel blu e di pesci in giro non ce ne sono. Sono magari nelle vicinanze ma tu non lo sai. Arrivano durante l’immersione e il difficile, e il bello, cominciano ora. Tu sei COMPLETAMENTE allo scoperto. Non sei nascosto da nulla. Non sei AFFATTO nell’angolo cieco. Sei in piena vista e il pesce viene a vedere chi diavolo sei. E ti guarda e ti studia ben bene. E allora ecco fondamentale la recitazione a corpo intero, la proiezioni di sensazioni non minacciose, il che vuol dire tutti quei mille particolari che costituiscono una postura, che comunicano informazioni al pesce: il nuoto, le movenze della testa, delle mani, la falcata, la rapidità o meno dei movimenti, il salire o lo scendere, l’andargli incontro o l’allontanarsi, eccetera eccetera eccetera. Il tutto in apnea, valutando il tuo punto di rottura per pianificare la risalita in modo che costituisca PARTE dell’azione di caccia e non la fine di essa.
È forse una pesca un tantinello meno fisica ma con tanta tanta esperienza dietro. E soprattutto, tantissima conoscenza del comportamento di specie non esattamente comuni, dell’ambiente, che assolutamente NON è quello Mediterraneo, della gestione degli imprevisti, che vanno dal controllo costante del barcaiolo, che non ti lasci a trenta miglia dalla costa, all’approccio sempre probabile e assai assai spesso del tutto inevitabile con gli squali.
E, naturalmente, sovrapposte a tutto, ci sono le inevitabili difficoltà dell’apnea fine a sé stessa, ma queste sono condivise da chiunque peschi in apnea. Con forse alcune piccole perversioni in più, come quella che se vai in sincope ("terque, quaterque, testiculis tactis…") e scendi sul “fondo” non ci potrà certo essere un recupero anche dall’eventuale compagno di immersioni.

  - Quindi che doti pensi richieda una tale disciplina? Ed è praticata da molti, nel mondo?

  - Praticata da molti? Non tanti. Credo sia necessario un lungo cammino di maturazione innanzitutto psicologica prima di arrivare alla pesca nel blu. Personalmente avrei diversi timori e molte molte titubanze a portare in Oceano un subacqueo novello, con solo pochi anni di esperienza. C’è poi anche il problema attrezzature, che non sono esattamente quelle per il sarago nella franata sottocasa. Credo sia stato lampante in questo senso l’uscita in una barca da pesca attrezzatissima, per quasi una settimana, in Nuova Zelanda all’arcipelago dei Three Kings, con il dichiarato intento del Marlin. Eravamo sei partecipanti, tutti tranne uno assai simili come tipologia. Tutti “vecchietti”, tutti in forma fisica smagliante, su sei quattro avevano fatto fino a tempi recenti o stavano facendo gare di triathlon. Uno più volte distanza ironman (4 km nuoto, 180 km bicicletta, 42,195 m – maratona – la parte di corsa). Tutti con attrezzature top - anche se le mie erano più top delle loro :-) – e tutti con almeno dieci anni di esperienza in acqua, spesso ben di più.
C’è una grande camerateria mondiale di pescatori subacquei, soprattutto dei pazzi del blu, che si appoggiano e si aiutano in ogni modo. E l’ho visto in atto proprio in questo mio viaggio. Bellissimo.
Ed è in aumento l’interesse per questo tipo di pesca. Ormai sta filtrando la notizia che i pesci giganti sono prendibili. Per di più la folle, sconclusionata creazione delle Aree Marine Protette quasi in ogni isola d’Italia, in cui praticamente tutti possono pescare tranne i subacquei, sta scocciando malamente una categoria di persone che sta tentando questa nuova carta.
Dove? Le zone sono grossolanamente sovrapponibili, ma con molti distinguo, con quelle dove la pesca d’altura fiorisce.

Spanish mackerel - Proprietà fotografica R. Andreoli.
Lo "Spanish mackerel" (Scomberomorus commerson) sulla via dei records


  - Cosa pensi di avere di speciale, per riuscire a importi lì dove altri pescano da sempre?

  - Mah? Sinceramente non lo so. Forse più concentrazione, più attenzione a tutti i minuti e tantissimi particolari che costituiscono poi la caccia. La creatività forse, di inventare approcci e tecniche di avvicinamento e comportamento sul pesce non standardizzati. Non avendo mai avuto un mentore subacqueo che codificasse per me le tecniche migliori, che le calasse dall’alto con etichetta: questo sì, questo no, le MIE tecniche sono per definizione le migliori. La sensibilità, forse ancora, di capire in quei cruciali brevissimi istanti in cui il pesce si avvicina, come NON essere minaccioso. Forse perché, a parte qualche caso, non so mai bene se poi sparerò davvero o no…O forse solo un po’ di fortuna in più. Anche se non credo mai molto alla fortuna sott’acqua.

  - Ma torniamo un attimo alle origini, e cerchiamo di capire come è nata questa passione che ti ha portato a esplorare gli oceani...

Delfino - foto di R. Andreoli  - Ho cominciato quando avevo poco più di una dozzina d’anni.
A diciott’anni pescavo con un cannone come il Titan della Mares: tutto serbatoio, un tubo spesso un polso avanti ed indietro rispetto all’impugnatura centrale, obbligatoriamente impugnatura destra, ed è lì che io, di base mancino, ho subito l’imprinting dello sparare con la destra. Pescavo con il fucile E CONTEMPORANEAMENTE (altra passione che mi lega al mare) con la Nikonos nuova fiammante al collo, con tanto di flash, il mirino “sportivo” grande un palmo, un sacchetto di lampadine in cintura e retino portapesci alla vita, e avevo incoscienza e fiato a sufficienza per pescare con tutto ciò addosso e arrivare in tana a venticinque metri e tentare di tirar giù il pallone perché, appena tre o quattro metri sotto, tre cernioni mi guardavano bovini.
Poi c’era stata la parentesi delle immersioni con le bombole, la carriera come istruttore subacqueo, uno dei più giovani usciti dalla piscina Groppallo di Nervi sotto la guida di Duilio Marcante, durata tutto sommato abbastanza poco. Mi sono stufato presto di attrezzature pesantissime, bibombole, bombolini di sicurezza con altro pacco erogatori, compressore... Basta basta. Fuga nella libertà dell’apnea.
Qualche anno a far gare, senza infamia né particolare lode, non avevo il tempo di preparare come si doveva il campo gara per cui ogni volta andavo a naso. Ma, presto, basta, basta e altra fuga. Non sopportavo la quasi necessità della tana e della caccia da minatore. Subito i fucili più lunghi in Italia, miglioravo tecnicamente di anno in anno, i metodi di caccia si evolvevano, ne inventavo a getto continuo.
Gli anni del Mediterraneo. Anni meravigliosi, bellissimi. Dentici mostruosi, cernie belle ma non giganti, non ne sono mai stato un appassionato e spesso discutevo con il compagno di pesca dell’epoca, invece accanito cultore di serranidi.
Io già subivo il fascino del blu, prima ancora che ne fosse stato inventato un termine descrittivo. Le ricciole erano le mie preferite. Insidiarle in caduta, profondissime, oppure in aspetti a mezz’acqua, facendomi avvicinare, il branco a studiarmi. E cos’è questa se non la pesca nel blu?
Ma già non mi accontentavo più. Volevo sogni sempre più grandi, prede sempre più potenti. Per cui via, lontano dalla costa. Al largo, dove tutto l’orizzonte intorno è blu.
Gli anni delle secche del Canale di Sicilia, venti, trenta, quaranta e passa miglia dalla costa. Spettacoli che ancora, con tutto quanto ho visto, mi illanguidisco a ricordare e assaporare. Dentici incontabili a mulinare come piccioni e dietro le ricciole, come lenti, bianchi, sospettosi dirigibili. Le prime catture, ripetute, non casuali, cercate, studiate, di tonni.
Ecco il Sogno di mari incontaminati e di spazi blu infiniti, a spingermi, a trainarmi. Sogni sempre più grandi…
Il Mondo a spalancarsi. Prima l’Australia, per alcuni anni, a far valere le tecniche di pesca inventate e sperimentate nelle acque di casa. Il quasi record sullo Spanish Mackerel, la magnifica scoperta anzi proprio in quell’anno dell’ESISTENZA stessa dei record. Il record sul wahoo, l’anno successivo, sotto il quasi incredulo sguardo dei nuovi amici australiani.
E poi, la storia recente. Il dedicarmi completamente, senza tentennamenti, al Sogno Blu, le Azzorre, l’Africa, il Giro del Mondo.
E il record.

Squalo bianco - foto di R. Andreoli
Questo di Riccardo è l'unico squalo bianco del Mediterraneo mai fotografato in libertà.


  - Gli incontri più strani, interessanti o particolari che ti è mai capitato di fare.

  - L’elenco potrebbe essere davvero lungo, in tanti anni. Incontri subacquei unici, branchi di tonni a saltare. Il pesce spada da oltre un quintale che salta a cento metri dalla barca e ricade lasciando una chiazza di sangue. Da chi era cacciato? I branchi di stenelle semi-addormentate nell’acqua calmissima, a decine di miglia dalla costa, da quasi abbracciare. Il tonno da tre quintali abbondanti che sale dal blu, ben oltre l’orlo della secca, dove ormai pescavo regolarmente, esattamente sotto i miei piedi a studiarmi perplesso a quattro metri. Io stranito, che nemmeno pensavo si potesse pensare di sparare a simili meraviglie. Lo squalo bianco certamente! Il grande squalo tigre che in Australia è arrivato ad appoggiare il naso contro la punta del mio fucile e che ci è rimasto curioso intorno per quasi venti minuti. Il mio primo marlin, in Africa, una meraviglia che ha in un attimo scardinato la mia credevo solida passione per i tonni! I dugongo ancora in Australia, grassi e baffuti, dallo strano colore quasi latteo. L’incontro subacqueo con le balene, dopo una intera giornata che le sentivamo cantare e fischiare tutto intorno. La grande tartaruga nel canale di Sicilia, con sotto il piastrone due cernie di profondità (Polyprion americanum) e un brancotto di carangidini. Uno squalo balena (Rhiniodon typus) di più di otto metri, la bestia più grande che mi sia capitata di vedere da vicino sott’acqua, balene a parte.
La volta che siamo stati cacciati fuori dall’acqua da un gigantesco “Bronze Whaler” (Carcharhinus brachyurus) di oltre quattro metri, aggressivo, chiaramente intento a predare NOI.

Bronze Whalers (Carcharhinus brachyurus) - Immagine tratta da SeaPics.com
"Bronze Whalers" o "Squali bronzei" (Carcharhinus brachyurus)


  - Tieni un diario di queste avventure?

  - O sì! Anni fa solo appunti, magari anche solo una registrazione in cassetta, degli eventi più importanti. Da anni viaggio sempre con il mio portatile e ogni giorno, la sera, mi ritaglio un po’ di tempo per rivivere e raccontarmi la giornata.
In questo viaggio poi era imperativo. Troppe cose facili da dimenticare, troppi accadimenti diversi.

Spanish mackerel - Proprietà fotografica R. Andreoli.  - Insomma una esperienza ricchissima, che ti ha portato al record mondiale, e prima ancora a qualche "quasi record"...

  - Cronologicamente, il primo quasi record, mio "personal best", è una ricciola (Seriola dumerili) di 42 chili e qualcosa presa nel canale di Sicilia. Tuttora, il record del mondo IUSA è 41.3 kg. Per cui ancora oggi avrebbe potuto essere record. Ma all’epoca non sapevo nemmeno che ESISTESSERO i record.
La IBSRC ha da tempo registrato un record mostruoso, quasi impossibile da battere, 73.09 kg!
A questo seguì lo Spanish Mackerel (Scomberomorus commerson), di oltre 37 chili in Western Australia. Quando l’ho preso, avevo appena appena scoperto che i record potevano essere registrati, mi hanno detto che il record australiano era 38.6 kg per cui era solo un bel pesce. Che fosse vero o no non l’ho mai saputo, ma l’anno successivo ho scoperto che tale record non solo non era mai stato registrato ma che il record del MONDO era tuttora di 36.5 kg. Greg Pickering mi ha detto “Avresti dovuto proprio registrarlo, sai?
Oggi, 2005, il record del mondo sullo Spanish è suo, il terzo, con un altro pesce ben difficilmente avvicinabile: oltre 46 kg!
La cosa deve aver colpito perché nel più completo e recente libro di pesca subacquea australiano, Underwater Fishing in Australia and New Zealand, scritto nel 2001 dal Dottor Adam Smith, noto ittiologo e pescatore subacqueo australiano, nella sezione sulla Western Australia il mio magnifico Spanish è citato ben due volte.

Wahoo - Proprietà fotografica R. Andreoli.  Io amo i libri e amo i pesci. C’è qualcosa di meglio che leggere di sé stessi in un libro di pesci?

  - Ma già hai anche un primato continentale...

  1998, luglio. Record della Western Australia per il Wahoo (Acanthocybium solandri), 18.8 kg per 1.49 m. Pesce difficile, di enorme soddisfazione personale, anche perché preso mentre pescavo proprio con Greg, che era il detentore del record precedente per lo stesso pesce. Preso in un posto spettacoloso, le Zuytdorp Cliffs, la parte più occidentale della WA, un posto senza ripari, senza porti, con una parete verticale di roccia che precipita da oltre cento metri in acqua.

  Bè, poi c’è il Record del mondo di cui parliamo abbondantemente anche altrove.

  - E ora? Che ti rimane da fare dopo il record? Pensi che questa tua passione possa compiere altri passi avanti?

  - Certamente sì! Certamente non smetterò di cacciare solo perché ho preso UN pesce record. I sogni non finiscono con la conquista di un gradino, ce ne sono sempre di più alti e più grandi. E prede sempre più potenti nuoteranno sempre nel Mondo.

  - Naturalmente anche altre cose ti legano al mare...

  - A parte la mia laurea in biologia marina, bè, la fotografia, certamente. Facevo foto subacquee già prima di prendere il brevetto ARA.

Lo scrivere. CERTAMENTE lo scrivere. Quindici anni a collaborare come minimo con PescaSub. E c’è ancora gente che mi scrive che si ricorda il mio primo articolo, che nemmeno articolo davvero era. Era la “posta dei lettori”.
Questa è davvero la cosa più bella, veramente! Ascolta. Ricevo email in cui qualche sconosciuto mi scrive e mi ringrazia di farlo sognare. Non è bello?! Toccare la mente di altri e trasferire passione e immagini. Bellissimo. È attualmente la cosa che mi appassioni di più!

Vanuatu, Pacifico del Sud - Foto di R. Andreoli Vanuatu, Pacifico del Sud - Foto di R. Andreoli
"Vanuatu", nell'incontaminato Sud del Pacifico - fotografie di R. Andreoli


  - In conclusione, questa passione quanto "regala" e quanto è "tiranna"? Quanto può essere importante il mare?

  - Oh, regalare regala tantissimo. Anni di fantastici accadimenti, sensazioni che non avrei mai provato fuori da esso, una maturazione lenta ma costante. Sempre avendo in vista e tenendo sempre presenta che Lui è lì.
Tirannia, mai! Anche le cose che faccio perché sarebbero meglio per il me pescatore subacqueo sono sempre, alla lunga, assai positive. Ho cominciato a correre, per esempio, quando mi sono trasferito da Venezia, dove avevo il mare sulla porta di casa e dove mi vestivo in muta direttamente in casa e con una vecchia Graziella andavo a pescare, a Padova, lontano. Ma la corsa per “restare in fiato”, ha poi portato al triathlon e poi alle corse in montagna e alle maratone. E chi si lamenta? È fantastico.
L’importanza del mare. Come si fa a parlarne? Si sente, si respira. È come chiedere a qualcuno: "mi dica, in poche semplici parole, qual è l’importanza del sangue che le scorre dentro? Del cuore che batte?"...

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