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Un breve racconto e due poesie di Giuseppe Tortorella, per raccontarci del suo animo e della sua passione per il grande mistero che il mare rappresenta.
Dobbiamo puntualizzare che le poesie presentate in questa pagina sono già state pubblicate su altri siti Internet. Tuttavia crediamo sia comunque utile presentarle, al fine di meglio tracciare lo spirito di un vero appassionato del mare. ![]()
![]() Come molti sanno, mi piace la ricerca di relitti, non solo per poterci pescare, ma per il gusto stesso della ricerca: sempre avvolta in un certo alone di mistero. Ammetto di essere fortunato a tale proposito, dato che il golfo di Salerno ne è ricco e ad oggi posso contare la conoscenza di molti di essi: ve ne sono di tutte le epoche e dimensioni, dal periodo avanti Cristo fino ai tempi moderni, ciascuno con una storia che, come tutte le storie che parlano di relitti, immaginiamo non abbia avuto un lieto fine. Avrei molti racconti di ritrovamenti ma quello che sto per narrarvi ha un ché di misterioso ed è proprio per questo che mi sta molto a cuore. ![]() L'883, come l'abbiamo chiamato, era una imbarcazione americana che trasportava mezzi e truppe durante lo sbarco degli Alleati lungo il litorale di Paestum, il 9 settembre 1943: nome dell'operazione militare: Avalanche (valanga). Durante la battaglia che seguì questo sbarco, morì un ingente numero di soldati ed affondarono decine di mezzi da sbarco, aerei e carri armati, ma questo tragico stralcio di storia per me ed i miei amici fino a pochi giorni fa era una drammatica storia di guerra che però apparteneva soltanto al passato. Il 20 novembre 2002 le cose cambiarono improvvisamente. Era un giorno come tanti altri, le condizioni metereologiche erano buone, così decido di portare due amici su un relitto recentemente trovato, per fare delle foto e dei filmati subacquei. Partenza in auto da Salerno alla volta di Agropoli, cittadina posta 40 chilometri più a sud, con il gommone a traino. Raggiunta Agropoli caliamo in mare il gommone e, finite tutte le operazioni di imbarco dell'attrezzatura, navighiamo verso Paestum ove, ad una profondità di circa 20 metri, è adagiato il relitto. Ci prepariamo con tutta calma, anche se l'adrenalina è al massimo. Prima di immergerci, loro con le bombole ed io in apnea, mi soffermo a descrivere lo scenario che troveranno sul fondo: un relitto da sbarco adagiato con il portellone aperto come se volesse chiamare a raccolta i superstiti di quella battaglia. Mi immergo per primo, mi seguono Italo ed Alberto che a causa delle bombole si sono attardati nella vestizione. Il mare come abbiamo detto è calmo ma con un forte vento di terra, e sta per iniziare quella che si rileverà una indimenticabile ed insolita avventura. Il mare è molto torbido a causa di una forte corrente di scirocco, ma non troppo da impedirci di scendere. Al secondo tuffo individuo il relitto avvolto da uno strano alone di acqua limpidissima intorno alle lamiere: non essendomi mai capitata una condizione del genere immediatamente ho avvertito una certa sensazione di disagio che tuttavia non ho trasmetto agli amici che immediatamente si immergono per poterlo ammirare. Il relitto è lungo all'incirca 20 metri, ha una alta cabina sulla poppa, un ponte privo di murate e due alte prue che mantenevano il portellone. Iniziamo subito a girarci intorno in lungo ed in largo e curiosando tra le lamiere scorgiamo una strana sagoma che somiglia ad un contenitore di ferro che Alberto estrae e ripulisce delicatamente dal fango mentre io risalgo a prendere aria. Alla mia successiva discesa rimango piacevolmente colpito dal ritrovamento di quello che si rileva essere un elmetto americano. Iniziamo ovviamente a fare riprese e foto, entusiasti del nostro piccolo e non raro ritrovamento, nonostante il fondo si sia intorbidito alquanto. Terminata l'immersione, come se avessi avuto un presentimento, riposiziono l'elmetto nello stesso punto in cui lo avevamo estratto ma poi, risalito in superficie mi faccio convincere da Alberto ad andare a riprenderlo, e così faccio. Pensiamo che l'elmetto sarebbe stato maggiormente apprezzato in un museo piuttosto che restare abbandonato in un fondale sabbioso, con la possibilità certa di poter sprofondare sotto la sabbia per chissà quanti anni ancora. Il ritrovamento di per sé è un fatto affascinante, così iniziamo a pulirlo con delicatezza e, proprio togliendo una grossa incrostazione, ci accorgiamo che sulla porzione frontale dell'elmetto vi sono 2 fori di proiettile a testimonianza dell'atrocità della battaglia. A questo punto siamo rimasti un po' di tempo a decidere se fosse il caso, per rispetto verso colui che lo portava, di riporlo sul fondo o meno, anche se alla fine abbiamo deciso di portarlo via con noi. Posizionato con delicatezza a prua del gommone, stando molto attenti che non si asciugasse e non prendesse urti, riprendiamo la strada del ritorno. Il nostro ritrovamento, e soprattutto la presenza di quei fori di proiettile, ci porta a fantasticare durante il viaggio di ritorno su quelli che potevano essere stati gli avvenimento tragici di allora ma anche a ripensare alle diverse combinazioni del giorno: dalla stranezza dell'acqua limpida soltanto intorno alle lamiere, a quella strana sensazione che avevo provato sul fondo, e per ultimo all'improvviso cessare del forte vento una volta saliti in superficie con l'elmetto: troppe particolari combinazioni. La più strana in assoluto però, di tali strane coincidenze, accade al nostro arrivo in porto, quando mi decido a prendere dalla prua l'elmetto: lo tratto con estrema cautela e cura come si deve trattare una delicatissima reliquia, ponendo le mani dalla parte della coppa e mantenendo la parte concava verso l'alto; ma non appena cerco di portarlo fuori del gommone verso la terra ferma, l'elmetto sembra prendere vita e, mentre un brivido freddo mi corre lungo tutto il corpo, sotto lo sguardo attonito mio e dei miei amici si sgretola come fosse stato di polvere. G. Tortorella
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